il tradimento silenzioso dell'arte
C’è una confusione che oggi nessuno osa più nominare e che, proprio per questo, rischia di diventare distruttiva:
la confusione tra comparsa, attore amatoriale e attore professionista.
Eppure basterebbe ascoltare il suono delle parole.
Che cos’è una comparsa?
La parola lo dice da sola: comparsa viene da comparire.
Un’apparizione breve, anonima, non destinata a essere ricordata.
La comparsa:
- non ha identità narrativa
- fa parte di un gruppo
- serve a “riempire” un luogo, una folla, un contesto
Se una figura viene ricordata, se cattura lo sguardo, non è più una comparsa: diventa una figurazione speciale e spesso ha una o due battute.
Questo non è un giudizio morale.
È una funzione artistica precisa.
Un attore professionista non fa la comparsa
Non per superbia.
Ma perché ha già scelto.
L’attore professionista ha fatto un patto radicale con il mestiere:
- ha rinunciato alle scorciatoie
- ha accettato l’instabilità
- ha messo in gioco la propria vita, non solo il tempo libero
L’attore amatoriale, invece, spesso covava un sogno, ma non ha avuto il coraggio di attraversarlo fino in fondo.
Le scuse sono sempre le stesse:
“Avevo una famiglia”
“Serviva uno stipendio sicuro”
“La banca, il posto fisso, la pensione…”
Scelte legittime, certo.
Ma non artistiche.
Perché l’arte non concede sconti.

Qui il teatro è vuoto
Non poerchè manchi il pubblico
ma perché manca chi ha il coraggio di entrarci.
Si apre solo per chi sceglie.
L’arte chiede di “essere”
Essere davvero.
Salire sul palco della propria esistenza.
Il narcisista, paradossalmente, è più comparsa della comparsa:
- vuole apparire
- non vibra
- non muore a se stesso
- non si mette in discussione
Non rinasce.
Ed è qui che entra il teorema di San Francesco.
San Francesco non distrugge la Chiesa come Savonarola.
La rinnova incarnando la parola.
La parola che si fa carne.
Lo spirito che prende corpo.
Questo è l’attore.
Una questione vibrazionale, non tecnica.
Chi – Spirito Santo – Energia
In Oriente lo chiamano Chi.
In Occidente Spirito Santo.
È la stessa cosa:
un’energia invisibile che sceglie un corpo per manifestarsi.
L’attore professionista è colui che si rende disponibile a essere attraversato.
E per questo:
- vede nel buio
- entra nel cono di luce, sale sulla scena girevole, e da la battuta nel momento esatto in cui l'orchestra suona
- non ha spartito
- non ha direttore
- non ha copione davanti
Sente.
Il sacrificio e i paletti
Per questo, storicamente, esistevano regole chiare.
Il Sindacato Attori (SAI), con figure come il triestino Tonino Pavan, aveva stabilito paletti precisi:
- chi usciva da un’Accademia riconosciuta era allievo attore
- diventava attore solo dopo circa 200 repliche retribuite in teatri che versavano contributi
- chi non aveva fatto Accademia doveva farne 250–300
Perché il numero di repliche non era burocrazia.
Era trasformazione.
Oggi, con tournée ridotte a poche settimane, la domanda è inevitabile:
chi è davvero attore?
L’attore e l’umiltà
L’attore non è una figura livellabile.
Non è sullo stesso piano di chi, dopo un corso di regia, pretende di dirigere chi ha attraversato anni di palcoscenico.
Mancano le morti simboliche.
Manca il sacrificio.
Per questo, spesso, i migliori registi sono stati:
- attori
- capocomici
- uomini che hanno sofferto
Perché hanno raggiunto una parola fondamentale:
umiltà.
Conclusione
Non esiste un’età per scegliere l’arte.
Ma esiste una scelta.
E la scelta implica rischio.
Come fece Francisco Pizarro, che bruciò le navi per impedire il ritorno.
Dio – o l’energia dell’universo – deve vedere che rischi.
Chi resta nell’agio non è colpevole.
Ma non è artista.
Perché attore non è un mestiere qualsiasi.
È una parola sacra.

Il teatro non chiama tutti.
Chi resta fuori guarda.
Chi entra, cambia.

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